Sensazioni ed emozioni di chi si trova dietro alle sbarre in “Laggiù tra il ferro”

laggiu-tra-il-ferro-immagine-in-evidenza-gentile-fronte-low

COMO – Laggiù tra il ferro. Storie di vita, storie di reclusi. Libro di Nicodemo Gentile (2017 Imprimatur, 174 pagine). Sono sempre attratta dai libri veri, che presentano temi che appartengono all’uomo. Dedico la mia scrittura agli ultimi, e chi, più dei reclusi, appartiene a questa categoria?

Nicodemo Gentile è un avvocato e, il suo nome, è conosciuto ai più perché legato a storie di cronaca che hanno riempito i giornali. Ad esempio la vicenda di Sarah Scazzi, oppure Trifone e Teresa, Roberta Ragusa… solo nomi per chi, come noi, segue questi fatti alla tv, molto di più per chi è a contatto con questi tragici eventi.

In questo saggio troverete le sensazioni, le emozioni, di chi si trova dietro alle sbarre.
Troverete i pensieri di Gentile, di cosa l’abbia portato a fare l’avvocato, di come lo faccia e di cosa questo significa per lui come uomo.

All’inizio possiamo leggere la prefazione di Massimo Picozzi, famoso criminologo. Subito m’imbatto in un nome anche a me noto, un Mauro educatore che, anni fa, è stato il mio “Virgilio”, la mia guida all’interno di un carcere.

Pubblicità

Picozzi lo ricorda come quell’amico che lo ha introdotto in questo mondo.

Verissimo quanto asserisce: “Ogni istituto penitenziario è un microcosmo con i suoi riti, le sue gerarchie. Non puoi conoscerlo, e non puoi conoscere chi lo abita, se non entrandoci, passandoci del tempo. Con l’umiltà di ascoltare e l’intelligenza di sospendere i giudizi”.

Mi piacciono molto le riflessioni di Gentile, quando esamina i vari pareri di chi sta fuori e parla del carcere “senza esservi mai entrato”. Chi non comprende che una persona non è il proprio errore; che quando si sbaglia, comunque non si diventa altro, ma si resta sempre e comunque un essere umano.

I temi trattati sono molti: il suicidio, la malattia, la religione. Tutta quella gamma di necessità e di emozioni che, anche se reclusi, continuano a fare parte della storia di chi vive dietro alle sbarre.

Pubblicità

O, per meglio dire: laggiù tra il ferro.

È anche perfetto quel “laggiù”, perché dà proprio l’idea di una fossa, di una persona che non solo è rinchiusa, ma quasi spinta in basso, perché deve sparire, non dare fastidio, non essere più vista.

A tratti troviamo le testimonianze di alcuni detenuti, non delle loro storie giuridiche, ma del loro vivere, o non vivere, quotidiano: Salvatore Parolisi, Manuel Winston Reyes, Angela Biutikova e, anche qui, un’altra mia conoscenza: Carmelo Musumeci. Un detenuto ostativo che mi ha fatto conoscere il carcere cattivo, perché, ha detto leggendo il mio libro su questo argomento, tu hai visto e parlato di un carcere buono. Quello dove la pena finisce.

Ho trovato questo libro onesto e assolutamente condivido il pensiero dell’autore: chi sbaglia deve essere messo in condizione di comprendere il proprio errore. Tutto ciò deve passare per la Giustizia.

Dopodiché è necessario che vi sia una rieducazione sociale, affinché sia possibile riparare al male fatto.

In molte frasi, pensieri, riflessioni, mi sono riconosciuta. Oppure ho incontrato eventi che, anche io, ho avuto modo di vivere. E ho trovato splendida la coscienza morale di un uomo che non fa semplicemente il suo lavoro, ma lo fa con emozione e umanità.

di Miriam Ballerini

RICERCHE CORRELATE

Carceri di Reggio Calabria

Detenuti siriani

Arte visiva per detenuti

laggiu-tra-il-ferro-immagine-in-articolo-gentile-fronte-low

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *