Qual è il significato antropologico del giorno dell’Epifania o Befana?

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ROMA – Epifania o Befana. La ritualità tra il sacro e il profano della donazione. Quando il mistero, il sacro e il pagano si intrecciano nascono il mito e il rito in una antro-pologia del vissuto.

Il mito è la ritualità nel giorno della Santa Epifania, ovvero nel giorno pagano della Befana.

Due concetti, due termini, due civiltà, due modelli culturali, due identità ed eredità.

Ma qual è il significato antropologico di questo giorno? I significati potrebbero essere tanti.

Le società moderne interpretano il giorno del 6 gennaio (la notte tra il 5 e il 6 gennaio) come il momento dell’arrivo dei doni per opera dei Re Magi, “la consacrazione del dono”, rappresentanti di una cultura degli Orienti che ha scavato dei cerchi nelle distese del deserto e del mare raffiguranti la ritualità dell’antico ritorno. Siamo in una visione in cui il sacro necessita del mistero e in cui il mistero, a sua volta, necessita del rito.

È questo il punto nevralgico di una situazione che pone in essere il modello antropologico, ovvero il modello di quell’antropologia della spiritualità che diventa antropologia nella sacralità dell’umanesimo.

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Il discorso è applicabile anche al mondo pagano nel quale la ritualità recupera il mito. Nel mondo pagano della Befana c’è il rito della magia, dell’alchimia, delle culture primitive, selvagge che portano in essere modelli ancestrali dei popoli, che hanno abitato i territori, i quali hanno creato una comunità all’interno del territorio.

La Befana non è un concetto prettamente orientale, così come non lo è il concetto di Babbo Natale. Entrambi provengono da un mondo primitivo, quasi occidentalizzato, che ci restituisce la visione culturale dell’Occidente. I Re Magi appartengono a una cultura che proviene da quegli Orienti immensi, dispersivi, forse oggi difficilmente inclusi, che tendono a creare i modelli mediterranei all’interno di un vissuto prettamente storico, quindi mito-antropologico.

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La Befana è la cultura oceanica degli oceani che si incontrano in una dimensione in cui il senso del sogno, il dono, l’onirico si intrecciano. Una dimensione in cui il senso in sé costituisce un attraversamento di rito come “fine delle festività”. La fine della festività porta via tutti gli altri giorni di fasti e pone come principio il regalo, il dono finale, la consolazione legata a una travolgente malinconia generata, appunto, dalla fine delle festività. Questa è antropologia, interpretazione antropologica di tutta una dimensione che il mondo vive.

Noi proveniamo dalle civiltà selvagge, primitive e tutto ciò che diventa rituale nasce dalla danza, dal suono, dal canto, dall’offerta. Questo “offrire” significa donare.

Il mondo cristiano è il mondo del dono, dell’offrirsi, del donarsi, ma è un rito che proviene dai popoli cosiddetti fortemente civilizzati, come incipit di una cultura, ma ritenuti non civilizzati dall’avvento del cristianesimo post-paolino.

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Quindi Befana o Epifania costituiscono una metafora nell’immaginario dei popoli e degli uomini che fanno le civiltà. È questo il dato concreto. Noi abbiamo bisogno di ricevere ma anche di donare. Il dare e il ricevere sono un modello tout court in cui si diventa portatori di bellezza, di gaiezza, di allegria. Si diventa, quindi, portatori di fasti, ossia di feste: “giocare alla festa”.

Tutti noi da bambini andavamo a dormire presto la sera dell’Epifania. Il segno tangibile di una visione magica, alchemica che ci coglie come dato demologico, etnico, in una lettura in cui i principi fondamentali sono necessariamente principi di civiltà che si incontrano all’interno di dimensioni metaforiche.

Siamo dimensioni nell’ambito di una visione meta-storica in cui si recuperano i sensi e gli orizzonti di veri e propri modelli culturali nei quali si vive il tempo dell’identità.

L’Epifania è il tempo dell’identità pagana della bellezza, della gioia, del trastullo, ma è anche il tempo in cui questa paganità deve cedere il passo alla religiosità per resistere e per tramandarsi.

Ogni festa popolare è religiosità.

Ogni luogo in cui la cultura popolare prende il sopravvento e diventa tradizione è cultura popolare, e la cultura popolare è la cultura delle identità etniche e antropologiche, che mantengono fede a una trasmissione di codici simbolici.

Si diventa “tradizione” attraverso una griglia di archetipi, simboli e miti che vengono rispettati dalla ritualità. È il rito a mantenere il mito.

Nel mondo pagano le Befane, rappresentate come donne anziane con il naso lungo che volavano sulle scope, portavano i doni accanto al caminetto. Il camino è segno del fuoco, della purificazione, ma è anche il segno di una salvezza che annuncia un altro modello di fasto: il Carnevale.

La Befana annuncia già il Carnevale.

L’Epifania, con i doni ai piedi della grotta lasciati dai tre Re Magi (il numero “tre” è un simbolo numerico importante) nasce da una simbologia pagana per “auto consacrarsi”.

Alla Santa Epifania seguirà il mercoledì delle Ceneri. Dopo il dono giunge la prostrazione, il senso del perdono per chi vive il senso di colpa. Sta proprio in questo la differenza.

Mentre nel mondo della Befana vive il senso del sorriso, della festa e dell’ironia, nel Carnevale vive la maschera in cui l’umorismo diventa ironia, in cui il gioco è trastullo di una teatralità che è parte integrante della vita perché il mondo pagano è antropologia nel quotidiano che crea il futuro.

Considerando la ritualità nel legame del rapporto tra la Santa Epifania e la Befana si consuma un modello prettamente demoetnoantropologico, che ha una importanza notevole sul piano letterario, sul piano delle culture letterarie e sul piano dei modelli di civiltà e di società.

In entrambi i mondi si ritualizza la festa che diventa, da una parte, segno di comunanza e dall’altra di comunione.

di Pierfranco Bruni

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Pierfranco Bruni

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