Ma che vita è se non ridi? Che i brandelli di memoria diventino mongolfiera!

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ROMA – Sei mia sorella? – Sì. – Hai bevuto? – Tanto. – Alla fontana? – Sì. – Sei mio fratello? – Sono tuo figlio. – No, sei mio fratello. – Mamma, te lo ricordi Pino ‘o stuorto? – Sorella, ti ricordi la fabbrica dei mattoni? quanto lavoro. – E de chillo che se voleva jetta’ ‘n coppa a bascio, te lo ricordi, ma’?

Che poi sei uscita fuori: “E jettate!” gli hai detto ridendo. E ti ricordi del mercato? Il giallo il rosso, le mani e i cappelli, buongiorno donna Angela, come state? e giù un inchino, e di quell’imbianchino, ti ricordi, che a mezzogiorno gli davi sempre la minestra da quella finestra che mai riverniciava.

– Sorella, te lo ricordi Colle Civitella, le castagne… e i rami che papà intrecciava per farti l’altalena e dondolavi fino alla Madonna dell’Oriente, fino a Sante Marie, fino alla Scurcola Marsicana, ma l’orso non c’era, solo un cane in una notte di neve, che raspava alla porta di tua nonna Gianna, stremato, e lei tirò il collo a una gallina per fare il brodo a quel cane morente, era prima della guerra, c’era tanta povertà, ma tua nonna per quel cane fece il brodo, come per i malati o in tempo di festa…ti ricordi delle tavole apparecchiate e del cognato che baciava le figlie solo quando era ubriaco e loro si voltavano dall’altra parte e nascondevano il rimmel nella borsetta in camera da letto, quelle camere tutte bianche che somigliano alle stalle, col letto alto, pesante, e le cugine più piccole aprivano la borsetta e vedevano il rimmel nero col pennellino e non capivano e tu le guardavi severa davanti a quel letto monumentale e il rimmel sapeva di cinematografo e di una vita che con quella stanza e quel letto non c’entrava niente, ti ricordi?

E mi fai “sì” con la piccola testa di capinera, con la scriminatura al centro e i capelli stretti in un elastico e bevi dal bicchiere che credi sia la fontana dove ti fermavi da ragazzina, stanca e accaldata, dopo aver portato il pranzo al padre e ai fratelli che cuocevano i mattoni, il grande cesto avvolto nella tela sulla tua figura esile, di mediocre statura, già vecchia a nove anni, come tutte, in campagna, e ora che sei di ottanta e più sei una bambina e segui con gli occhi pieni di stupore, nerissimi e vellutati, me, che sono tua figlia, e che chiami sorella perché tanti anni della tua vita e la tua stessa maternità sono stati cancellati da una valanga di pensieri rotti che ogni giorno metto insieme come i mattoni della fornace del nonno.

– Mamma, ti ricordi di quel signore tanto distinto che s’inchinava sempre quando ti vedeva passare e tu non sapevi che faccia fare e mi tiravi dietro e mi strattonavi e io ti dicevo così mi togli il cappello – che poi, perché me lo mettevi non si sa, dicevi che ci sentivo poco, che era il mal d’orecchi, ma io ci sentivo benissimo, specie quando bisbigliavi le preghiere davanti alla Madonna sotto la campana sul comò, sembrava che masticassi gomma americana, dicevi tante P tutte insieme, a mitraglia… ridi, eh? Donna Angela è bello sentirti ridere, qua, i fratelli miei si sono messi in testa che non ti si può parlare, farti ridere, aiutarti a ricordare altrimenti ti agiti e muori. Ma che vita è se non ridi? e io che figlio sarei se non ti facessi vivere, se non prendessi i brandelli della tua memoria e non ne facessi una mongolfiera? Ci salgo sopra, poi tu mi dici: “E jettate!”.

di Pia Di Marco

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Pia Di Marco

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