Gabriele D’Annunzio è un passaggio tra epoche che si consegnano alla modernità

ROMA – A Ottant’anni dalla morte di Gabriele D’Annunzio nel Commentario delle tenebre l’immaginario della madre crea la visione del personaggio infinito. Tra D’Annunzio e Pirandello non ci sono ragnatele aperte e i ragni sembrano riposare. Addormentati in un sonno eterno.

Ma Gabriele e Luigi sono il canto segreto mistico arcaico del Novecento. Gabriele D’Annunzio (nasce a Pescara il 12 marzo del 1863 e muore a Gardone di Riviera il 1 marzo del 1938) a Ottant’anni dalla morte lascia il suo testamento nel suo libro che diventa il “commentario delle tenebre”, ovvero il Notturno.

Gabriele D’Annunzio scrisse il “romanzo” dopo l’incidente agli occhi e portò il Vate a restare per un lungo periodo con gli occhi bendati.

Il Notturno risale al 1916. Venne pubblicato nel 1921.

Scritto su cartigli. D’Annunzio, in una azione di guerra, era il 16 gennaio, perde l’uso dell’occhio destro. È costretto a restare completamente al buio ed entrambi gli occhi vengono bendati.

Nei mesi in cui resta convalescente, vivendo il buio e di buio, viene assistito dalla figlia Renata, la famosa “Sirenetta”.
Il testo viene definito dallo stesso D’Annunzio: Commentario delle tenebre.

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Uno scavo dedicato, completamente, al suo Commentario delle tenebre. Rappresenta uno dei testi meno studiati, ma che presenta un articolato modello di innovazioni sia linguistiche che estetiche e costituisce una forma di raccontare che si intaglia nelle nuove sperimentazioni poetiche dopo il percorso del Futurismo.

Lingua ed estetica, (scavando tra la luce, l’ombra, la notte e il risveglio), in questo testo di D’Annunzio, sono un coronamento di una stagione in cui il poeta è impegnato in un laboratorio di nuovi modelli di relazioni tra tradizione letteraria e rivoluzioni nelle comunicazioni poetiche.

Un’opera che si presta ad una ricerca metodologica e dettagliata tra la lingua e il pensiero.

Il romanzo si apre con una dedica alla madre

e si chiude con questa emblematica chiosa:

“Poi, quando anche l′ardore del lauro fu consunto e la mia gente si fu allontanata e il trivio fu deserto, io ritrovai l′arte di mia madre nel porre sotto la brace il capo del tizzo”.

D’Annunzio scrive come se vivesse il notturno con gli occhi e con l’anima. Questo notturno si completerà nel rifiuto di un approccio ad una sensualità che diventerà metafora di una profonda metafisica.

Da un’estetica del sentire ad un vivere nell’ascolto della metafisica. D’Annunzio con questo scritto attraverso il vissuto ma anche la contemplazione. La madre diventa un personaggio dentro l’io del personaggio. Come avviene in Pirandello. Infatti Pirandello crea il colloquio con la madre e lo crea sulla base di una intertestualità tra personaggio e racconto.

Infatti Pirandello vive il reale e il fantasioso della società. Le società sono mutevoli come è mutevole l’uomo che cerca di essere autonomo ma sa che vive di condizionamenti. L’uomo non ha il coraggio di essere trasgressivo perché è condannato al conformismo. Vive non da viandante ma da randagio. Soltanto il personaggio trova un vero equilibrio nella disarmonia della inquietudine. Ciò lo rende unico. Pertanto vero.

La differenza sta tutta tra l’uomo e il personaggio. La questione tocca la finitezza o finitudine così come riguarda l’immortalità. La follia dei personaggi di Pirandello resiste al tempo semplicemente perché il tempo non esiste.

Bensì esiste la morte e la non morte. La follia dell’uomo è nel sociale.

Quella del personaggio è metafisica. Lo si nota con la madre e il colloquiare con essa. L’uomo non è un folle per destino. Ma è si un fatto patologico. Il personaggio senza follia diventerebbe cronaca come l’uomo. Quindi in Pirandello Personaggio si nasce perché in lui nulla è impossibile.

Ecco. Dunque. Personaggio si nasce… (Cfr. Pierfranco Bruni, Personaggio si nasce, Collana “Parole pensanti”, Ferrari editore).

Mentre in D’Annunzio il pronunciare la parola madre, proprio nel Notturno diventa pesantezza di memoria. Tutto passa attraverso il concetto di tempo – madre e madre – terra. Un disegno che va oltre ogni misura della letteratura per farsi, il tutto, evocazione e spiritualità.

Il suo Notturno non è altro che un Commentario delle tenebre.

Il buio è un attraversare le tenebre e la sua scrittura racconta il vissuto di un abitare le tenebre e tutto ciò che scrive è un orizzonte oltre la luce.

Il suo Commentario abitando le tenebre fino a scavare in una metafisica che diventa la Grazia dell’anima. Ovvero il suo stesso Commentario è la metafisica dell’anima. Quella metafisica che si identifica con l’immagine della madre.
Quel suo “osare sempre” potrebbe diventare un contemplare osando.

La dedica e la chiusa riferite alla madre sono un incipit di vita e una consolazione in cui la malinconia ha il colore del notturno nell’anima.

Gabriele sa che la parola è tutto, come la poesia, il verso e diventano un intreccio inossidabile tra lingua, estetica e sacro.

Infatti la dedica alla madre è una “consacrazione” rigata con il sangue.

D’Annunzio è un passaggio inevitabile tra epoche che si consegnano alla modernità. Il suo scrivere “inimitabile” è nella “inimitabile” vita.

Tra il tragico, l’osare sempre e il contemplare quella morte che è fatta di buio e di esistenza.

Una metafisica che nasce da una estetica del vivere che lascia un tracciato indelebile proprio nel Commentario delle tenebre. Scendere nelle tenebre è penetrare il gorgo muto dio tempo che soltanto la nostalgia può dare voce. Nel gorgo incontra la madre. Come Ulisse nel Regno dei morti. La madre diventa non solo l’immaginario ma il comprendere il viaggio nelle tenebre.

di Pierfranco Bruni

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