Arte e poesia svelano nuove verità, ne Il Dada(ismo) ovvero dada non significa nulla

ROMA – Nella stordente detonazione di esternazioni e di visibilità che ci circonda, quale posto può trovare oggi un libro sul primigenio, vibrante ed insignificante urlo dada? Francis-Picabia-mirella-giuggioli-immagine-in-articolo-2-dadaismoE quale interesse può suscitare un movimento artistico che inneggiò alla contraddizione, al gioco, alla pace, all’iperbole, all’improvvisazione, all’indifferenza, al caso, all’indomabile insensatezza, al silenzio?

L’epoca in cui nasce Dada è un’epoca di disgregazione, di annientamento – sociale morale ed economico – molto simile alla nostra.

La risposta di Dada fu una parola di flessibilità, di adattabilità, di trasformazione, rappresentò la capacità di aprirsi al mondo senza perdersi, di comprendersi parlando lingue diverse, d’incontrarsi senza annullarsi.

Portrait-of-Sophie-Taeuber-with-her-Dada-Head-mirella-giuggioli-immagine-in-articolo-3-dadaismoDada fu l’esigenza di una verità più profonda: quella che sospinge verso l’abbattimento di ogni certezza e di ogni verità. Rappresentò l’assoluto vuoto di pensiero: unica chance per la creazione di qualcosa di davvero nuovo e rigenerante.

La sillabazione incerta di Dada può suscitare oggi il sogno di risvegliarci oltre i nostri programmi di separazione, quelli che tutt’oggi ci alienano da noi e da tutto.

“Noi non abbiamo promesso mai niente a nessuno – scrive Richard Huelsenbeck -; noi cercavamo qualcosa d’indefinibile, l’essenza, il senso, la struttura di una vita nuova. E così diventammo dadaisti”. Dalla quarta di copertina del libro di Mirella Giuggioli.

La studiosa d’arte descrive il movimento Dada in questo suo saggio, Il Dada(ismo) ovvero dada non significa nulla (goWare, 2018).

Un gruppo di giovani entusiasti, ma non sprovveduti, che si cimentarono in ogni nuova forma espressiva, scardinando tutte le regole di un sistema costituito e improntato sulla logica del profitto e della guerra, e gettarono le basi di un nuovo modo di comunicare e fare arte contaminando generi e categorie diversi. Il lavoro editoriale di Giuggioli, corredato anche da un notevole apparato iconografico, descrive l’epoca in cui nasce Dada come un’epoca di disgregazione, di annientamento – sociale, morale ed economico – simile alla nostra.

La risposta di Dada è una parola di flessibilità e di trasformazione, rappresenta la capacità di aprirsi al mondo senza perdersi, di comprendersi parlando lingue diverse, d’incontrarsi senza annullarsi.

Fin dal principio il movimento si colloca in una zona indefinita fra spettacolo, intrattenimento, comunicazione, azione, manifestazione, anticipando un’idea moderna di arte come espressione performativa, che oltrepassa la definizione stessa di generi.

Dada provoca il proprio presente non adeguandosi alla falsità vuota della realtà contemporanea che sottopone al grimaldello dell’ironia e del caso, così da innescare un processo reattivo nei confronti della dimensione artistica e culturale istituzionalizzata.

Il saggio di Giuggioli coglie lo spirito Dada in tutte le espressioni artistiche, privilegiando gli elementi più rivoluzionari: la contaminazione delle varie arti, la scoperta di nuovi linguaggi (poesia sonora, collage, fotografia, cinema), la dissacrazione dell’arte istituzionalizzata e le evoluzioni di Dada successive, soprattutto nella musica.

Chiunque ami la trasgressione e la ribellione rispetto al nozionismo o allo “statu quo”, può provare interesse verso questo libro che traccia anche una linea di continuità con la nostra epoca, facendo riflettere sul ruolo dell’arte e della cultura nelle epoche in cerca di identità.

Dada è la ricerca di una verità profonda: quella che sospinge verso l’abbattimento di ogni certezza e di ogni verità. Rappresenta l’assoluto vuoto di pensiero: sola chance per la creazione di qualcosa di davvero nuovo e rigenerante. La sillabazione incerta di Dada suscita oggi il sogno di risvegliarci oltre i nostri programmi di separazione, quelli che ancora ci alienano da noi e da tutto.

La stessa autrice arricchisce ancora di più chi è interessato alla lettura con l’espressione di alcuni pensieri sul suo lavoro e nel suo lavoro: “Quando ho iniziato a scrivere questo libro mi muovevano la volontà e la curiosità di occuparmi di un argomento generalmente liquidato nei manuali come uno dei tanti movimenti, denominati “avanguardie storiche” di inizio Novecento, ma che io, di contro, consideravo unico e davvero rivoluzionario per la successiva cultura del Novecento e oltre.

Consultando diverse fonti, mi sono trovata di fronte ad un vortice magmatico che mi sfuggiva in mille rigagnoli e difficilmente domabile. Le suggestioni, gli artisti, le correnti che si intersecavano, i rimandi erano tantissimi: numerosi intellettuali, poeti, artisti hanno attraversato Dada e su Dada hanno fondato il loro percorso e la loro cifra artistica successiva. Persino la parola ‘artista’ andava stretta: fin dal principio il movimento si colloca in una zona indefinita fra spettacolo, intrattenimento, comunicazione, azione, manifestazione, seguendo sempre più un’idea moderna di arte come espressione performativa, che oltrepassa la definizione stessa di generi.

Riflettevo poi, mentre ricercavo e annotavo, su quanto l’apparente superficialità di questo movimento facesse da contro-altare alla sostanziale banalità della comunicazione a tutti i costi tipica della nostra epoca. In altri termini, che il vaniloquio protestatario dada avesse molto più da dire e da trasmettere rispetto alle tante parole di oggi che pretendono di avere un senso. Contrapponendosi a certa cosiddetta cultura e a una esibita ‘comunicazione’, Dada provocava il proprio presente non adeguandosi alla falsità vuota della realtà contemporanea che sottoponeva al grimaldello dell’ironia e del caso, così da innescare un processo reattivo nei confronti della dimensione artistica e culturale istituzionalizzata.

Non ritengo che oggi sia indispensabile conoscere il Dadaismo – d’altronde i dadaisti stessi consideravano sé stessi non unilateralmente significanti, o per lo meno lontani da ciò che ‘normalmente’ viene considerato importante –, ma che chiunque ami la poesia, la musica, la fotografia e il cinema, o semplicemente la trasgressione e la ribellione rispetto al nozionismo o allo “statu quo”, possa sentirsi interessato verso un gruppo di giovani entusiasti, ma non sprovveduti, che si cimentarono in ogni nuova forma espressiva, scardinando tutte le regole di un sistema costituito e improntato sulla logica del profitto e della guerra, e gettarono le basi di un nuovo modo di comunicare e fare arte contaminando generi e categorie diversi.

Mi rivolgo, quindi, a un pubblico piuttosto curioso, che abbia interessi artistici e culturali – cioè coltivi una passione – e voglia comprendere l’arte di oggi, che non ha più nulla di reverenziale o sacro o puro o idealizzato o solo esteticamente ‘bello’, ma comunica che le cose, a tutti i livelli, compreso quello artistico, non sono mai solo quello che a priori dichiarano di essere. E solo il puro gioco indifferente dell’arte può, di volta in volta, simbolicamente mostrare ciò. Senza esprimerlo apertamente e ben lungi dal comunicarlo. Al di là di ogni culto sia dell’oggetto artistico che del suo significato.

Il punto forte di questo lavoro credo siano la varietà e la eterogeneità, non la completezza. Libri sul Dadaismo ce ne sono, pochi in italiano, ma ce ne sono. Quasi tutti hanno un taglio o solo letterario, o solo artistico. Il mio testo si prefigge di cogliere lo spirito Dada in tutte le espressioni artistiche, privilegiando gli elementi più rivoluzionari: la contaminazione delle varie arti, la scoperta di nuovi linguaggi, la dissacrazione dell’arte istituzionalizzata e le evoluzioni di Dada successive, soprattutto nella musica.

Mi sono prefissata inizialmente la completezza, poi ho preferito lasciare spazio a quello che più mi interessava: la genialità inafferrabile di Duchamp, il linguaggio e la poesia sonora, i risvolti dada nella musica rock e nell’altro genio John Cage. Alcuni argomenti e artisti mi hanno coinvolta più di altri e ad essi ho dato forse maggior spazio, sacrificando l’esaustività che con Dada è praticamente impossibile. Per cui il testo ha mantenuto un’impostazione manualistica in alcuni capitoli, mentre in altri riflette le mie scelte, i miei interessi personali e le mie divagazioni.

Il mio libro si prefigge di parlare di un movimento il cui credo fu quello che l’arte e la poesia possano svelare nuove verità percorrendo la via del caso, dell’indifferenza, dell’improvvisazione, dell’ironia, del gioco, della metamorfosi, dell’iperbole, della capacità di ascolto, conferendo a qualsiasi cosa lo statuto di opera e di arte e sospingendo la funzione artistica a divenire evento vitale e perciò inconcluso.

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