Giuseppe Ungaretti non soltanto fulcro del Novecento, attraversa Socrate e Seneca

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ROMA – Il Novecento letterario delle contraddizioni da Ungaretti a Pavese. Oltre le ombre di Platone. Se con Salvatore Quasimodo si può parlare dell’ombra di Platone, ovvero degli echi che si ascoltano nella caverna platoniana, facendo riferimento esclusivamente alla prima parte della sua poesia (quella fino al 1942 che raccoglie le liriche che costituiscono il nucleo centrale di tutto il vissuto di Ed è subito sera), con Giuseppe Ungaretti si va oltre.

Ungaretti non è soltanto, insieme a Gabriele D’annunzio, un poeta fulcro centrale del primo Novecento. È il mistico che attraversa Socrate e Seneca nell’attrazione della trasparenza e nel sublime di una parola che si fa metafora e che diventa metafisica.

Ungaretti scava nella sua profonda religiosità, rinvenendo Enea, lambendo i confini della profezia, della terra promessa e non della terra impareggiabile.

Il concetto di “terra promessa” diventa in Ungaretti il legame tra una visione latina e una dimensione biblica. Il concetto biblico è un riferimento ancestrale perché oltre la Sicilia di Quasimodo c’è Alessandria D’Egitto, il luogo natio, quel porto sepolto che diviene metafora dell’anima.

Il “porto sepolto” non è solo la geografia del luogo che gli diede i natali, ma la geografia di tutta la sua anima.

Quel vivere tra i porti, nelle acque, nei riferimenti in cui il senso del dolore è il vero dolore e lo scavo nell’arcaico misticismo della sofferenza. Il porto sepolto, che dà avvio ad una fase poetica post-pascoliniana e post-dannunziana, costituisce il “ricovero” di uno svolgimento in cui il tema del mito confluisce nel tema della fluidità dell’acqua. Ciò lo condurrà all’acqua dei fiumi. Elemento acqua, che per un poeta come lui, o come D’annunzio e Pavese, simboleggia la purificazione.



Il tema di Didone, affrontato da Ungaretti, diventa centrale in quella mistica in cui pone, in una interrelazione mitico-simbolica, il viaggio omerico e il viaggio virgiliano. Ecco perché in lui la figura di Socrate corrisponde a una figura ontologica, espressione non solo di una metafisica che si supera, ma di una filosofia che non contiene logica, né razionalità, ma soltanto pensiero.

Pensiero e concetto di morte vissuto all’interno di un processo esistenziale sempre più enigmatico, fino a divenire senso dell’assurdo.

La morte del figlio Antonello è la vita nell’assurdo, la morte vissuta nella quale riesce comunque a trovare l’appiglio alla cristianità.

Quell’andare oltre la morte stessa approdando al concetto di rivelazione.

Ungaretti vive con i versi di Omar Khayyam e con quelli di Rumi.

Siamo in un mondo mistico in cui al misticismo del tempo subentra il misticismo dell’essere. È presente una diversità di fondo rispetto al viaggio della solitudine di Cardarelli, l’altro grande poeta del nostro Novecento che ha raccontato una poesia in cui il mondo persiano è quello dei Sufi ma è anche quello del concetto di Khayyam, al quale dedica stupendi versi.

Il concetto di poesia non viene vissuto come liricità, bensì come ricerca di un assoluto. Quell’assoluto che lo condurrà a distanziarsi dall’immaginario delle radici che vive in Quasimodo, ossia l’immaginario della madre sofferta, per avvicinarsi, attraverso una forte empatia, a quello di Leucò che vive in Pavese, destinato a divenire il vero vissuto ungarettiano (anzi diventa tutto il contrario perché è Pavese che alla fine recupera il viaggio cardarelliano).

Ungaretti compie un viaggio tra il porto sepolto, il dolore e la terra promessa. Ungaretti è il poeta del viaggio in cui la figura di Seneca metaforizzata lo conduce a raccontare, in modo sublime e onirico, Ulisse ed Enea.

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Pierfranco Bruni

La terra promessa è la profezia, ma è anche la terra di Mosè che diventa il vissuto di Cristo. La problematicità di Ungaretti attraversa tutto un Novecento che ha vissuto il senso orante e pregante degli occhi di San Francesco all’interno del Vittoriale di D’annunzio.

Sono portato a escludere le cronache e le critiche letterarie al fine di penetrare nel sottosuolo della parola del poeta.

In Quasimodo non c’è Dostoesvskij, bensì il verseggiare recuperato dai lirici greci e, in molta parte, da Garcia Lorca.

Quel Lamento del Sud e l’immagine del vento che si fa concetto, sono espressioni molto particolareggiate che viviamo ascoltando le parole di Garcia Lorca.

In Ungaretti, invece, sussiste quella visione onirica che nasce all’interno della letteratura rimbaudiana, poi baudelairiana (Invito al viaggio) e mallarmeana. È uno sperimentalista, infatti porrà le basi del Futurismo.

Dopo Salvatore Quasimodo prenderà avvio un rivoluzionamento dei linguaggi che porterà alla non poesia di Sanguineti e alla poesia neo sperimentale di Pier Paolo Pasolini.

Escludendo “Supplica a mia” madre, non si percepisce poesia in Pasolini, il quale resta un intellettuale e non un poeta. Quasimodo infrange questi steccati.

È contro le neoavanguardie del ‘63, mentre Ungaretti fa i conti con la grande avanguardia nazionale, la vera rivoluzione dei linguaggi che è rappresentata dal Futurismo.

Si pensi al suo legame con Palazzeschi e con tutta la poesia che nasce a partire dal 1905 con la rivista “Poesia”, fino a toccare una composizione che diventa pensiero oltre la liricità.

In Ungaretti avviene l’esatto opposto di ciò che accade a Pavese. La sua poetica nasce con il taglio del racconto di “Lavorare stanca” e “I Mari del Sud”, per giungere a una poesia strappata dal linguaggio. Penso a “La terra e la morte”, a “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.



Un modello post ermetico sviluppato all’interno dell’ermetismo. Pavese, dal ‘45 al ’50, fa poesia ermetica provenendo da una poesia in prosa.

Un percorso diametralmente opposto rispetto a Ungaretti il quale nasce da una poesia profondamente immersa nel senso di “Mi illumino di immenso” per approdare a una poesia in cui il viaggio è deposizione della memoria e della nostalgia.

“Mi illumino di immenso” è una poesia che Ungaretti vive sulla propria pelle così come tutta la composizione lirica che giunge a “San Martino”, la poesia della guerra. Ungaretti partecipa attivamente al conflitto mondiale, a differenza di Quasimodo.
“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” è una grande metafora. Il marmo. Il ghiaccio ungarettiano.
Quella vacanza dell’anima che diventa essenza, ma anche assenza. Ciò che importa ad Ungaretti è l’assenza e il dolore.
La consapevolezza del dolore che origina dall’assenza. Il suo nascere ad Alessandria d’Egitto è un punto di riferimento fondamentale, così come lo è per Quasimodo nascere a Modica, in Sicilia, nella grecità.

Quasimodo esprime, infatti, tutto ciò che rimanda a una mediterraneità e che ha richiami pirandelliani nel “Mal Giocondo”. Pavese si inserisce in questa dimensione recuperando il D’Annunzio de La pioggia nel Pineto” dopo aver attraversato in modo profondo la poesia ungarettiana e il confronto con la poesia-immagine metaforica di Palazzeschi.

Se Quasimodo diventa (ed è) l’ombra di Platone, in cui gli echi vengono ascoltati e riportati sulla pagina, Ungaretti non è soltanto l’ombra di Socrate o di Seneca spagnolo, ma è anche la visione esistenziale tragico-drammatica di Pavese.

Il filo cuce e ricuce le tomaie delle epoche e dei linguaggi. Il poeta usa i linguaggi servendosi dei sentimenti, delle emozioni, della memoria, della favola.

Non si dà poesia senza mito e senza la favola. Il realismo non fa poesia. La fase poetica quasimodiana che seguirà a É subito sera (successiva al ’42), tranne in alcuni casi, risulta intrappolata in una nicchia mediante un meditare il tipo di ricerca, senza riuscire a lambire gli apici estremi della liricità.

Ungaretti manifesta una sua continuità, un progetto, esattamente come Pavese. In Quasimodo non esiste progettualità. Si avverte un deciso cambiamento stilistico e contenutistico della sua lirica tra la prima e la seconda fase.

Una diversità di tematiche, oltre che di linguaggio, di lessico, di semantica, di problematicità e di confronto con la vita, con l’essere, con il concetto di tempo e di spazio.

Quasimodo resta la filosofia di Platone come ombra, ma oltre questa misura filosofica non riesce a spingersi. Alcune poesie scritte in Russia risultano illeggibili dal punto di vista della poeticità, mentre Ungaretti è il mistico che possiede un suo percorso lineare, pur nelle divergenze della ricerca e nella dimensione dell’essere tempo, spazio, metafisica e oltre metafisica.

Il punto di riferimento è Leopardi.

In Quasimodo non c’è la meditazione delle Operette morali, né l’operazione di una riflessione su un immaginario quale può essere la sera, la luna, la siepe, il venditore di almanacchi, il rapporto con Plotino. In Leopardi è visibile questo discorso, come lo è in Ungaretti e in Cardarelli.

Pavese, invece, pur attraversando il mitico percorso greco, si confronta con un’altra realtà che abbandona. La realtà della letteratura americana.

Della letteratura americana, Pavese recupera magistralmente, tra gli altri, Hemingway. “Il vecchio e il mare” è il suo punto di riferimento, il suo dialogare in solitudine e anche la sua contraddizione.

Quello che ha scritto meno di tutti è Cardarelli. In lui ci sono delle lezioni leopardiane che vanno oltre “Il sabato del villaggio” che non è parola infinita, eterna. Pavese non si pone il problema dell’oltre eterno, ma del problema dell’infinito. Ungaretti, invece, si pone costantemente il tema dell’eternità che diventa fondamentale.

In Quasimodo non si respira il concetto di eternità, bensì quello della presenza, imprimere un immaginario nel presente.

La poesia di È subito sera è il presente che viene fotografato attraverso delle icone straordinarie, come il raccontare il suo legame con il padre novantenne, o la magia alchemica che si vive in Mater dulcissima o come in “Lamento per il Sud” in cui riaffiora Garcia Lorca.

A questa fase poetica farà riferimento in seguito Vittorio Bodini, quando parlerà delle sue case bianche del Sud. Un Sud che in Quasimodo diventa profondamente mediterraneo.

In Pavese non c’è il Sud, ma la mediterraneità. “Qui tutto è greco” diceva da Brancaleone, “perfino le donne hanno il camino greco”.

Siamo in una geografia in cui la grecità è profonda, vera, tangibile e il tema del mare, che diventa il tema dell’acqua, è un dato ancestrale.

Pavese aveva il suo Po, ma a Brancaleone ha trovato il suo mare. Scrive un romanzo dal titolo La spiaggia, risultato di un percorso in cui è presente D’annunzio. In Ungaretti ci sono i fiumi della vita, il mare di Alessandria D’Egitto.

In Quasimodo non c’è il porto, diversamente da Ungaretti nel quale abita il Sepolto porto. Un porto che in lui diviene nubifragio, in Pavese Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e in Quasimodo “La Terra impareggiabile”. Si avverte qui la diversità tra questi grandi poeti che hanno segnato un’epoca: il Novecento.

Non è necessario andare oltre.

Penetrando questi poeti, che hanno il loro incipit in Pascoli e in D’annunzio (si pensi al Pascoli di Calipso e al D’Annunzio de La città morta o della teatralità di Iorio), il gioco si deve disputare tra una poesia che si accosta alla filosofia e una poesia che può fare a meno della filosofia, tesi sostenuta da Maria Zambrano.

Poesia e filosofia sono punti di grande riferimento. La liricità del pensare si incontra e interagisce con il pensare del verso nell’immediatezza, in questa immediatezza Maria Zambrano recupera Garcia Lorca.

In Quasimodo, quando si cerca la cronaca a tutti i costi, emerge anche una parvenza prevertiana (La pioggia di Prévert).

Uno dei massimi esponenti della poesia esistenzialista che rappresenta un faro soprattutto per i cosiddetti “poeti impegnati”. Molta poesia di Prévert è calcata da Quasimodo.

L’ombra di Platone è l’ombra della ricerca della metafisica. Il dolore di Socrate diventa la saggezza di Seneca, che sono parti integranti nella “profezia” di Ungaretti il cui dolore diventerà religiosamente la “Terra promessa”, non una terra reale, geografica, ma la terra dell’anima.

Il processo poetico attraversato finora è una visione in cui a partire dall’ombra di Platone, visualizzando le maschere di Socrate e di Seneca, vivendo l’istrionismo di D’annunzio, giunge alla tragicità di Pavese. Il poeta delle Langhe ci lascia con un testo in cui pone come cesellatura la frase di Shakespeare: “Tutto è ripetizione”.

La poesia non è altro che un ripetere le ferite, le macerie, l’allegria ungarettiana di un naufragio che è la vita stessa in un confronto tra eros e thanatos.

Platone trova la sua caverna. Socrate e Seneca trovano la morte. Quella con la quale conviveranno Ungaretti con il suo dolore e Pavese con la tragedia del morire.

di Pierfranco Bruni

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