Le città italiane devono molto a Giorgio Castriota Scanderbeg, anche Venezia

ROMA – Giorgio Castriota Scanderbeg e le città italiane a 550 anni dalla morte. Un eroe, un personaggio, un militare tra Adriatico e Mediterraneo, tra Albania e Regno di Napoli. Giorgio Castriota Scanderbeg. Siamo ad una celebrazione importante. 550 anni fa moriva il condottiero. Leggi tutto “Le città italiane devono molto a Giorgio Castriota Scanderbeg, anche Venezia”

Il nucleo del casato Bruni Gaudinieri resta nobiltà intrecciata ad aristocrazia

ROMA – La borghesia, soprattutto quella meridionale, ha sempre “preteso” o inteso diventare aristocrazia. Si è aristocratici e soprattutto si è nobili. L’aristocrazia può essere anche borghesia. Ma la borghesia non può mai essere nobiltà. 
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Micol Bruni
Il passaggio dalla aristocrazia – nobiltà (o nobiltà – aristocrazia) alla borghesia nella temperie della caduta del Regno di Napoli non fu, chiaramente, indolore. Non fu neppure un passaggio immediato.
Si avvertì tutto la complessità e la conflittualità dello sradicamento di un sistema anche dopo, addirittura, la Seconda Guerra Mondiale.
Il passaggio venne attutito sia nel corso dei preparativi e dello svolgimento della Grande Guerra sia, soprattutto, durante il Fascismo sino alla sua caduta. Si avvertì un attraversamento storico che fece molto discutere sul valore (e sul concetto) di Risorgimento incompiuto. 
Perché, in fondo, si parlò di Risorgimento incompiuto? 
Perché se ne parla ancora oggi studiando quella temperie? 
C’è un fatto che resta molto indicativo. La nobiltà – aristocrazia non fu pienamente risorgimentale, o meglio non fu pienamente consapevole di una accettazione del Risorgimento. 

Fu incompiuto perché non solo non espresse in termini concreti tutto il progetto programmato, ma anche perché non venne accettato da chi il potere lo aveva esercitato realmente, fino al giorno prima che si sancisse l’Unità d’Italia. 
La Grande guerra accentuò questo fenomeno sino a definire la borghesia come classe dominante. La borghesia, sostanzialmente, è la classe che diede vita al socialismo e poi si manifestò sotto gli emblemi del comunismo. Non il proletariato. Ciò che il socialismo non volle capire fu il traslocamento del potere dalla nobiltà – aristocrazia alla borghesia. Non passò mai al proletariato. 
La cosa peggiore è stata la borghesia arricchita e ignorante, meglio incolta. 
Il romanzo di Tomasi di Lampedusa è l’estrema “spiegazione” di una visione in cui gli Stati – Regioni – Regni sarebbero dovuti diventare Nazione unica. Il rifiuto di don Fabrizio, nel romanzo citato, nell’accettare il seggio senatoriale è la metafora vera della rottura della Nazione, perché sancisce la divisione delle classi. 
Se avesse accettato si sarebbe conformato con la piccola o grande borghesia perdendo quella dimensione valoriale di aristocrazia – nobiltà. Nel senso che la nobiltà, pur sconfitta e decaduta, non può intrecciarsi con una borghesia incolta e senza eredità – radici o identità. 
  
È la storia, da me evidenziata più volte nei miei studi, vissuta da molte famiglie nobili e aristocratiche anche dopo la caduta del Fascismo. Il libro i “Cinque fratelli. I Bruni Gaudinieri nel vissuto di una nobiltà” (Pellegrini, tra qualche mese in nuova edizione) pone, tra le pagine storiche e di interpretazione storiografia e politica, una simile questione. 
Una famiglia nella Calabria cosentina. Qui, in questo raccontare, si è consumata tutta la visione di Thomas Mann quando afferma: “Lo scrittore è un uomo che più di chiunque altro ha difficoltà a scrivere”. Difficoltà di auto raccogliere  le testimonianze di epoche e trasformarle in una articolata storia tra le continuità.
Mio nonno Virgilio Italo (nobile di madre Gaudinieri e monarchica e di padre aristocratico e fascista), il terzo dei “Cinque fratelli”, perché la storia si fa con i propri vissuti e con i documenti alla mano e non con il sentito dire, non volle mai accettare di diventare sindaco del proprio paese. Proprio all’interno delle famiglie il confronto fu spesso forte. 
Il caso che mi riguarda personalmente. Mia nonna Maria Caracciolo, sposata Bruni, è stata una militante decisa democristiana, dopo la caduta del Fascismo, ed è stata più volte presidente dell’Azione cattolica del suo paese. Il suo cognome rimanda ai Caracciolo di Napoli. Un’altra nobile dinastia che incontra con i Bruni. 
Una famiglia, i Bruni – Gaudinieri, del nord della Calabria, di professionisti, proprietari e commercianti, portava nel sangue la nobiltà stemmata dell’aquila con la rosa in bocca di alto lignaggio nobiliare. Restarono fedeli sino alla fine alla loro tradizione e alla loro appartenenza culturale. 
Questi due nuclei vengono arricchiti da altre rappresentatività come i Notte (Maria che sposa Mariano), i Tricoci (Adalgisa che sposa Luigi) e i Fiore (Teresa che sposa Adolfo). Possidenti di antichi lignaggi.
Fu una famiglia che visse dei passaggi epocali e che segnò un territorio proprio in termini economici. 
Fu, tra l’altro, una famiglia che legò non solo aristocrazia e nobiltà, ma anche potere monarchico (con la sua immagine e con il suo immaginario sia borbonico che sabaudo) con l’autorevolezza della Chiesa. 
I Gaudinieri, come abbiamo avuto modo di evidenziare, erano, dunque, dentro le due monarchie, ma anche dietro la forza dell’eredità clericale. I Bruni erano, durante gli anni Venti – Quaranta, il Fascismo ma anche l’economia del mercato e dei nuovi modelli commerciali. 
Un nucleo familiare all’interno della trasformazione del Regno di Napoli e successivamente nel passaggio tra la Grande Guerra e il Fascismo. 
Era, come che si suole dire, una classe nobile – aristocratica dominante.   
Ecco perché il romanzo il “Gattopardo” diventa una premessa fondamentale ai “Cinque fratelli”. Un racconto nell’intreccio tra storia, identità e famiglia. Comprendere ciò è capire anche un sistema “ideologico” che le classi borghesi non sono riusciti ad afferrare. Borghesi, infatti, si diventa e non per ceto. 
Nobili e aristocratici si nasce. 
Il tema del Risorgimento incompiuto non bisogna svilupparlo intorno alla figura del “povero” Garibaldi, più volte illuso e tradito, ma intorno alle sfaccettature di una borghesia incolta e non preparata. L’emblema del personaggio Sedara, nel “Gattopardo”, è una vera testimonianza. Così come in tantissime altre realtà. 
  
D’altronde la situazione politico – culturale di questi anni contemporanei è una testimonianza drammatica di ciò che è stato il passaggio di classi e il passaggio generazionale, consumatosi in una Nazione che non è mai diventata tale e che non è rimasta Regno. Borghesi si diventa ma nobili si nasce! 
Nel “Gattopardo” c’è una chiosa che fa riflettere: “Il significato di un casato nobile è tutto nelle tradizioni, nei ricordi vitali”. La borghesia, infatti, non difende una tradizione e cerca di allontanare i ricordi. 
La nobiltà è e resta Tradizione. Il distacco si legge proprio tra le pagine di Giuseppe Tomasi di Lampedusa quando afferma: “Ero un ragazzo cui piaceva la solitudine, cui piaceva di più stare con le cose che con le persone”. 
Una interpretazione molto singolare e trasparente. 
Perché, come è accaduto in ognuno dei cinque fratelli, “L’uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo, ma ‐ cosciente o incosciente ‐ anche quella della sua epoca e dei suoi contemporanei, e qualora dovesse considerare dati in modo assoluto e ovvio i fondamenti generali e obiettivi della sua esistenza ed essere altrettanto lontano dall’idea di volerli criticare…”(una osservazione dai “Buddembrook” di Thomas Mann). 
In una decadenza di modelli sia storici che culturali il nucleo del casato Bruni Gaudinieri resta una lezione di nobiltà che si è intrecciata sia ad una aristocrazia già dentro, in parte, alla stessa nobiltà, sia nei riferimenti borghesi che provenivano dal ceto istituzione.

Storica delle Etnie

RICERCHE CORRELATE


Il militare e poeta Agostino Gaudinieri ebbe un ruolo preciso dalla Marcia su Roma alle Leggi Fasciste

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Pierfranco Bruni
ROMA – Il dialetto di un militare poeta: Agostino Gaudinieri su Rai. L’etno antropologia della lingua. Dopo il recente servizio andato in onda su Rai Tre dedicato ad Agostino Gaudinieri si continua a parlare del militare poeta.

Tra i soldati, militari ufficiali, ricorre spesso il nome di Agostino Gaudinieri. Il Gaudinieri, nato a Spezzano Albanese il 28 luglio del 1892, che arriverà a rivestire successivamente il ruolo di Colonnello, viene nominato con Regio decreto del 16 aprile del 1914 Sottotenente di complemento di Fanteria, la cui nomina viene pubblicata sulla “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia” in data 18 maggio 1914, numero 117. 
Mentre, due anni dopo, il Ministero della Guerra con Disposizione sugli Ufficiali in Servizio Permanente, sempre Arma di fanteria, adotta un provvedimento per la promozione a Tenente con Decreto Luotenenziale del 24 agosto 1916, Decreto che viene pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia” de 14 settembre 1916, numero 217. 
Più volte distintosi per le sue azioni e più volte ferito viene molte volte decorato. 
In qualità di Sottotenente di complemento del suo Reggimento di fanteria venne decorato perché “ferito più volte mentre conduceva energicamente il suo plotone in soccorso di altri reparti, non si allontanava dal combattimento. Bosco Cappuccio, 20 luglio 1916”, così si legge negli Atti ufficialiPrecedente, dunque, alla nomina di Tenente. 
In una ricostruzione sui decorati di guerra lo storico Ferdinando Cassiani, successivamente citato nello studio di Alessandro Serra, ebbe a scrivere: “…fra le insidie di Bosco Cappuccio, Agostino Gaudinieri, magnifica tempra di ufficiale, tre volte ferito, merita la medaglia d’argento al valore militare” (in Ferdinando Cassiani, “Spezzano Albanese nella tradizione e nella storia”, 1929 e poi ripreso da Alessandro Serra in “Spezzano Albanese nella vicende storiche sue e dell’Italia (1470 – 1945)” del 1987. 
Agostino Gaudinieri ebbe una carriera brillante sino ad arrivare a colonnello dell’esercito ed ebbe un ruolo particolare sia durante il passaggio dalla Marcia su Roma alle Leggi Fasciste sia durante gli anni del Regime. Sempre al servizio dell’esercito fu un punto di riferimento nell’ambito dei rapporti tra la vita militare, l’attività del Regime e la Monarchia. 
Era figlio di una nobile famiglia di Spezzano Albanese, ecco le sue origini Arbereshe (Italo – albanesi). La madre la nobile Amalia Guaglianone e il padre il nobile Mariano Gaudinieri, le cui discendenze risalgono alla nobiltà di Acri tra il tardo Rinascimento e l’età pre Illuminista. Aveva altre due sorelle: Giulia e Marietta e un fratello di nome Domenico. 
Fu una personalità importante e imponente nella Calabria tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Visse, dopo i natali di Spezzano Albanese, a Cosenza con proprietà anche a Mendicino, in provincia di Cosenza. 
La sua figura rientra nel quadro delle riproposte di quegli eroi di guerra che hanno combattuto portando alto il vessillo d’Italia. Infatti a Bosco Cappuccio, lungo il fiume Isonzo, si svolse una dura battaglia, che vide l’esercito italiano impegnato in prima fila a difendere il destino della Patria. 
Agostino Gaudinieri fu un protagonista di quella “resistenza” in nome dell’Italia. Muore nel 1966. Hanno scritto sulla sua poesia in lingua italiana e in dialetto, personalità importanti della letteratura e persone l’attenta antropologa Maria Zanoni, esperta di antropologia dei linguaggi, ha dato una sua sottolineatura.  Qui di seguito alcune delle poesie tra Padula e Ciardullo in una ironia che soltanto nel dialetto ha una forte resa espressiva (Micol Bruni, esperta di culture minoritarie).
Maria Zanoni: 
“Un paesaggio lunare…la neve sui tetti… e intorno silenzio…
I pensieri danzano al ritmo di un’antica canzone,
e scandiscono ricordi di viaggi, d’amore, di gioie e dolori.
Ora, senza conoscere il nome dell’Autore, provate ad ascoltare questi versi in dialetto, il musicale dialetto del cosentino – che affonda le sue radici nel greco e nel latino – quello che si parlava negli anni Cinquanta del ‘900…vi troverete al cospetto di una persona di cultura che si cimenta a scrivere nella lingua della sua terra, il dialetto, pur non appartenendo alla società contadina depositaria della parlata “volgare”. 
Eppure i versi in dialetto restituiscono atmosfere, colori e profumi del passato, riportandoci alle nostre radici. 
Traspare immediatamente che non si tratta di un “poeta popolare”, che pensa e parla in dialetto (quello incontaminato) ma si tratta senz’altro di un intellettuale, cultore di dialetto, che ha intuìto l’importanza della lingua dei padri portatori di valori culturali e letterari.
Seppi poi che si trattava di Agostino Gaudinieri…”.
Maria Zanoni
Antropologa
promoter Festival del Dialetto e Lingue minoritarie di Calabri
La poesia il dialetto
Chiova. Chiova.
Chiova.
U vidi cumi chiova?
Ogni guccia ti luccica
supra a capo.
Si na fata
e u cori è tuo.
Cu te mi curicu
e cu te fa jurno!
Un ce’ chiu’
u fucularu appiccicatu.
Un ce’ nessunu.
A casa e’ vacanta.
Ma a vuci si senta
intra i stanzi
e m’arriva cumi
u vientu.
A sazizza è a palu
o rutunna.
Chi a vo’ cotta
chi a vo’ cruda.
Chi a vo’ sutta a cinnira
chi a vo’ aru fuoco.
Ma cumi a fa’ fa’
e’ sempri bona.
Russa o ianca.
Na cosa u ntana scurda’.
Cu spitu si gira
ma cu i mani
ana mangia’.
Sulu a cussi’
a vucca a po’ assapura’
cu nu piezzu i pani
ana mangia’.
Vruscenti ti ricrii
u cannaruozzu
e tutti i ntrami.
Nun ti scurda’
tunna o a palu
a sazizza
cu i mani tana gusta’
e cu u mussu ana licca.
I pipazzi da grasta
su tutti crisciuti.
Cu tiempu
ca passa o si criscia
o si mora.
Se pipazzi
vruscienti
incinirati
mangi
ti scuordi ca a morti
ti po’ arruba’ a vita.
Vienimi a truva’
ca u pipazzu
ti fazzu pruva’
Quannu scinna a notte
e chiova supra i rosi
u vientu manna via
tutti i nuvuli
e a luci da luna fa chiaru
u scuru.
Io piensu a tutti
i juorni passati
e mi scinna
na malincunia
accussi triste
ca sulu u silenzio
po’ capì.
Passa u tiempu
e i paroli
nu bastanu pe raccunta’
na vita di viaggi e damuri
di gioi e duluri.
Guardu a rosa
che puru sutta a niva
è rimanuta tisa
e na canzuna antica
mi sona inta a capu
e tantu cosi vidu
come si non fussero
mai finiti.
Na canzuna mi torna pa’ a capa 
ed è na m usica che mamma mia 
ntonva quannu mi carrizzava 
a faccia. 
Nu ricuordu anticu 
ca scurda’ nun puozzu.
Na vuci mi torna 
ed è nu cantu,
U’ giardino 
e’ gninu i frasca, 
a’ vigna a’ priso a fiori’. 
Quannu e’ notti, 
a pinna scriva 
senza a capu.
A Napuli m’hai firmatu 
quanti surdati!
Storie antichi 
c’a’ famiglia mia 
mi raccunta ogni journo.
Cusenza a’ na Calabria antica 
ma u’ cori miu 
a’ nustalgia d’a parlata 
i’ spizzanu.
Marilena Cavallo:
“Con l’ironia del dialetto il ritmo della poesia affonda le sue radici nella Memoria ora intima e familiare ora popolare e collettiva. Mai scanzonata, ma pungente e penetrante…impastata di terra e sole”.
Marilena Cavallo
Capo Dipartimento Lettere
Liceo Moscati Grottaglie
Antonietta Cozza:
“Grande musicalità e struttura ricca di allitterazioni , onomatopee , anafore e climax nei versi di Agostino Gaudinieri . Il verso si incardina in una ragnatela di suoni che prendono all’anima per quel senso di avvolgimento e protezione che sembrano suggerire”.
Antonietta Cozza
Docente e Capo Ufficio stampa Pellegrini Editore
Carmen De Stasio
Agostino Gaudinieri. Il solco scavato nell’edenico trascorso traspare attraverso le intonazioni possenti nella fragilità del pensiero. E tutt’altro ci si attenderebbe da una versificazione vernacolare, là dove il passaggio dall’umano sforzo di attingere alla creatività si consolida nell’invenzione di una realtà prossima e convogliata nel tumulto delle riflessioni. In un tempo cadenzato dalla doglianza, le parole fluiscono lente alla velocità traslucida dei pensieri e si avvincono alla materia dileguandone l’algidità e alterando gli spazi in una tattile corrispondenza. Il silenzio degli spazi solcati è ingannevole tratto rispetto alla sonorità espansiva dalla voce del poeta. Egli vaga negli anfratti memorabili del suo presente e ad essi attinge per placare il fremito che emana dalle parole. E sono le parole a trascinare nell’oscuro ambiente i gesti e i territori che lo sguardo coglie nell’inatteso travaglio. Solido e polisintetico, il riflesso dei pensieri permane nella parola disegnata nella mente e si espande a violare pensieri altrui, mai domi nella narrazione lenta.
Carmen De Stasio 
Docente, Critico d’arte e letterario
Pierfranco Bruni:
“Tra intrecci di vocaboli si crea uno scenario in cui il dato antropologico è fondamentale al di là della parola stessa. Ma è naturale che lingua (un vocabolario linguistico) e tradizione fanno l’identità letteraria di un poeta. Qui siamo ad una vera e propria esperienza identitaria”.
a cura di Pierfranco Bruni
Responsabile Progetto Etnie del Mibact

Rai Tre parla di Agostino Gaudinieri: militare nella grande guerra, letterato, nobile a 50 anni dalla morte

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ROMA – Pierfranco Bruni, lunedì 16 gennaio 2017, su Rai Tre per parlare del colonnello Gaudinieri e della nobiltà dei Bruni – Gaudinieri. Rai Tre Nazionale il prossimo lunedì, alle ore 10,55 circa ospiterà Pierfranco Bruni per un servizio dedicato ad “Agostino Gaudinieri, il militare nella grande guerra, il letterato, il nobile, il poeta a 50 anni dalla scomparsa”.

Pierfranco Bruni, per l’occasione, racconta i Bruni Gaudinieri nel Vissuto di una Nobiltà. Fanno da scenario la Biblioteca Nazionale e il Teatro Rendano. 
Il servizio realizzato a Cosenza avrà come riferimenti due strutture istituzionali oltre agli ambienti territoriali di una città nella quale ha abitato il Gaudinieri, nato nella comunità Arbereshe (Italo Albanese di Spezzano Albanese). 
Gaudinieri è stato colonnello e appartenente ad una nobile famiglia stemmata. Ha avuto rapporti sia con Ungaretti che con D’Annunzio. Pierfranco e Micol Bruni hanno dedicato a questo personaggio dei capitoli importanti nel saggio – romanzo: “Cinque fratelli. I Bruni Gaudinieri nel vissuto di una nobiltà” (edito da Pellegrini, con un Video curato da Anna Montella). 
Il servizio sulla Rai Tre nasce da una proposta del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”, ma il personaggio di origine etnica di tradizione e lingua Arbereshe rientra negli studi che Pierfranco Bruni conduce da alcuni anni per conto del Progetto Etnie del Mibact. 
La figura di Gaudinieri si incentra nel quadro storico che lo vede protagonista sia nella Grande Guerra che nella Seconda Guerra Mondiale. Un omaggio ad una personalità di spicco nel Regno di Napoli. I Gaudinieri, una nobile e aristocratica famiglia stemmata, è imparentata con i Bruni. Infatti la sorella di Agostino Gaudinieri, Giulia, è imparentata con i Bruni.   
Infatti Giulia Gaudinieri sposa Francesco Ermete Bruni di un comune vicino a Spezzano Albanese, San Lorenzo del Vallo. Pierfranco Bruni, nel servizio della Rai, fa una ricostruzione fedele basata su documenti e atti istituzionali come è stato, d’altronde, ben argomentato nel testo edito da Pellegrini. Gli affascinanti scenari, lo storico Teatro Rendano e la Biblioteca Nazionale, sono il coronamento di un percorso e di una chiave di lettura che riportano alla luce riferimenti storici e antropologici. 
Nella Biblioteca Nazionale di Cosenza è visibile una mostra dedicata allo scrittore Corrado Alvaro e sono ben evidenziabili gli ambienti di una tra le Biblioteca più importanti d’Italia. Pierfranco Bruni ha voluto rendere omaggio ad Agostino Gaudinieri ripercorrendo tutto il ramo dei legami tra i Bruni e i Gaudinieri.

A Spezzano Albanese il romanzo storico “Cinque fratelli. I Bruni – Gaudinieri nel vissuto di una nobiltà”

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SPEZZANO ALBANESE – Una storia tra il Regno di Napoli e il post Fascismo: I Bruni – Gaudinieri a Spezzano Albanese (Cosenza), 29 dicembre 2016, a Palazzo Luci, ore 17,30. Spezzano Albanese (CS). Incontro – Evento sulla storia dei “Cinque fratelli” di Micol e Pierfranco Bruni  nella nobiltà calabrese e il Regno di Napoli nel vissuto della famiglia dei Bruni – Gaudinieri.

A presentare la storia raccontata da Micol e Pierfranco Bruni sarà Giuseppe Trebisacce, già Pro – Rettore dell’Università degli Studi della Calabria. Giovedì 29 dicembre alle ore 17,30 si svolgerà un incontro dedicato al romanzo storico “Cinque fratelli. I Bruni –  Gaudinieri nel vissuto di una nobiltà” di Micol e Pierfranco Bruni edito dalla Casa editrice Pellegrini. 
La manifestazione è organizzata dall’Associazione Cultura “Medusa”, dal Comune di Spezzano Albanese, dalla Società Dante Alighieri di Cosenza, e dal Progetto Etnie del Mibact. 
L’incontro, che si svolgerà nello storico Palazzo Luci sarà introdotta da Emanuele Armentano, Responsabile di “Medusa Associazione e dal Sindaco di Spezzano Ferdinando Nociti. La relazione sarà svolta da Giuseppe Trebisacce già Pro-Rettore dell’Università della Calabria. Anna Gaudinieri leggerà brani del libro. Sarà presente Pierfranco Bruni.
Nel corso della serata verrà proiettato un video dedicato alla storia della famiglia, realizzato da Anna Montella, visibile  su: https://www.youtube.com/watch?v=IiGEJhkTxHI.
Nel libro di Micol e Pierfranco Bruni si racconta la storia del Sud nella nobiltà del Regno di Napoli. È la storia di una famiglia borghese, nobile e militare da fine Ottocento ai giorni nostri. Cosenza è il centro di questa nobiliare famiglia.
È un raccontare uno spaccato del Regno di Napoli attraverso la tradizione della famiglia Gaudinieri-Bruni, una famiglia stemmata, che ha segnato un percorso, in quella civiltà aristocratica e nobiliare, che ha visto come riferimento alcuni centri del Sud Italia e in particolare: San Lorenzo del Vallo, Spezzano Albanese, Cosenza, Terranova da Sibari, Acri oltre che Cagliari.
Micol e Pierfranco Bruni hanno ricostruitola storia di una famiglia attraversandola con un linguaggio narrativo. I cinque fratelli sono Adolfo (commerciante), Mariano (matematico e intellettuale), Virgilio Italo (commerciante e possidente terriero), Luigi (segretario comunale) e Pietro (geometra ed esperto di fotografia d’arte).
Il libro si chiude con uno studio che lega la famiglia al culto paolano, documentato, grazie alla attestazione della Platea Gaudinieri dalla quale si evince il segno tangibile della comunanza tra l’Ordine dei Minimi e i Gaudinieri in una profonda visione cristiana.
Un romanzo che si apre alla storia e vive con intensità il senso della tradizione e della memoria.
Si parte però dalla famiglia d’origine, ovvero da Francesco Ermete (Alfredo) Bruni di San Lorenzo del Vallo e da Giulia Gaudinieri di Spezzano Albanese.
Il commercio e la nobiltà incontrano due famiglie che sono possidenti agrarie. È il mondo delle professioni che apre prospettive sia culturali che tecnico-amministrative. La nobiltà militare è stata testimoniata dal colonnello Agostino Gaudinieri, più volte decorato nella Grande Guerra, che è parte integrante tra le pagine del libro.

Si parla di una famiglia, quella dei Gaudinieri-Bruni, ma si propone uno scavo meticoloso e speculare e una interpretazione nell’evoluzione delle risorse, delle economie e delle nuove forme aristocratiche nella Calabria del Nord e del Regno di Napoli.

“Cinque fratelli. I Bruni – Gaudinieri nel vissuto di una nobiltà” di Micol e Pierfranco Bruni. A Roma, Palazzo Sora

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ROMA – L’1 dicembre 2016, a Roma, alle ore 16,30, Il Sud e la nobiltà dei Bruni Gaudinieri nel Regno di Napoli. Incontro sulla storia dei “Cinque fratelli”, libro di Micol e Pierfranco Bruni  nella nobiltà del Regno di Napoli. Giovedì 1 dicembre a Roma alle 16.30 incontro sul romanzo storico “Cinque fratelli. I Bruni – Gaudinieri nel vissuto di una nobiltà” di Micol e Pierfranco Bruni edito dalla Casa editrice Pellegrini.

La manifestazione è  organizzata dal Sindacato Libero Scrittori Italiani.
L’incontro, che si svolgerà nell’Aula Magna dello storico Palazzo Sora (Roma), vedrà l’Introduzione di Francesco Mercadante,  Presidente del Sindacato Libero Scrittori Italiani e le relazioni di Giuseppe Acocella Università di Napoli e dello stesso coautore Pierfranco Bruni.  
Nel corso della serata verrà proiettato un Video dedicato alla storia della famiglia, realizzato da Anna Montella.

Nel libro di Micol e Pierfranco Bruni si racconta la storia del Sud nella nobiltà del Regno di Napoli. È la storia di una famiglia borghese, nobile e militare tra fine Ottocento e i giorni nostri. Cosenza è il centro di questa nobiliare famiglia.
È un raccontare uno spaccato del Regno di Napoli attraverso la tradizione della famiglia Gaudinieri-Bruni, una famiglia stemmata, che ha segnato un percorso, in quella civiltà aristocratica e nobiliare, che ha visto come riferimento alcuni centri del Sud Italia e in particolare: San Lorenzo del Vallo, Spezzano Albanese, Cosenza, Terranova da Sibari, Acri oltre che Cagliari.
Micol e Pierfranco Bruni hanno ricostruito la storia di una famiglia attraversandola con un linguaggio narrativo. I cinque fratelli sono Adolfo (commerciante), Mariano (matematico e intellettuale), Virgilio Italo (commerciante e possidente terriero), Luigi (segretario comunale) e Pietro (geometra ed esperto di fotografia d’arte).
Si parte però dalla famiglia d’origine, ovvero da Francesco Ermete (Alfredo) Bruni di San Lorenzo del Vallo e da Giulia Gaudinieri di Spezzano Albanese.
Il commercio e la nobiltà incontrano due famiglie che sono possidenti. 
È il mondo delle professioni che apre prospettive sia culturali che tecnico-amministrative. La nobiltà militare è stata testimoniata dal colonnello Agostino Gaudinieri, più volte decorato nella Grande Guerra, che è parte integrante tra le pagine del libro.
Si parla di una famiglia, quella dei Gaudinieri-Bruni, ma si propone uno scavo meticoloso e speculare e una interpretazione nell’evoluzione delle risorse, delle economie e delle nuove forme aristocratiche nella Calabria del Nord e del Regno di Napoli.
Il libro si chiude con uno studio che lega la famiglia al culto paolano, documentato, grazie alla attestazione della Platea Gaudinieri dalla quale si evince il segno tangibile della comunanza tra l’Ordine dei Minimi e i Gaudinieri in una profonda visione cristiana. Un romanzo che si apre alla storia e vive con intensità il senso della memoria lungo il viaggio della tradizione.

San Lorenzo e una mediterranea visione, Spagna luogo dell’esistere proprio in una antropologia del tempo

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Micol Bruni e Pierfranco Bruni
SAN LORENZO DEL VALLO – I Santi vivono perché oltre alla fede e al carisma penetrano una antropologia che è fatta di un immaginario che tocca le corde dell’identità. 10 agosto San Lorenzo. Ma cosa ha rappresentato questo Santo? Chi è stato. Nel nostro paese dell’anima e della geografia, San Lorenzo del Vallo dove il 10 agosto è festa grande, ha il suo viaggio, il suo senso, il suo modello antropologico.

È  uno dei Santi che antropologicamente mostra una “griglia” di simboli. Una mediterranea visione in cui la Spagna è il luogo dell’esistere proprio in una antropologia del tempo. Ma saccheggiamo la sua biografia senza mai perdere di vista la storia e i processi etnici – simbolici.   Lorenzo Diacono e Martire, giunto dalla Spagna, amministrò l’economia della Chiesa sotto il Papa Sisto II, e negli anni dell’Imperatore Valeriano.

La storia di San Lorenzo (Lorenzo Martire che la leggenda lo fa morire sulla graticola in fiamme), la cui celebrazione avviene il 10 di agosto, pone una questione non solo teologica, e mistica nella sua santità, ma anche di ordine “politica” o all’interno della Chiesa ai tempi del Pontificato di Sisto II, in una Roma dominata da Valeriano che già nel 257 fece una battaglia contro i cristiani.
I cristiani si arresero a Valeriano? Un interrogativo che neppure Costantino seppe colmare. Furono deboli e senza alcuna reazioni spirituale e religiosa si misero nelle mani dei soldati dell’Imperatore Valeriano.
Lorenzo, che era nato in Spagna nella città di Osca o meglio Huesca, intorno alla prima età del Terzo secolo dopo Cristo, o meglio verso il 225 circa, era l’economo, ovvero il Ministro delle Finanze voluto fortemente dalla stesso Papa, della Chiesa di quel tempo e conosceva sia il rapporto tra ricchezza e povertà nella Roma di Valeriano, ma era a conoscenza del legame, se si vuole usare un termine forse più appropriato, giuridico tra le componenti delle Chiese nel mosaico geografico della Roma di quella temperie. 
Portò in Italia una appartenenza etnica che rispecchiava la simbologia mediterranea. A nominarlo Diacono della Chiesa fu, appunto, Sisto II, con il preciso compito di amministrare i beni e di custodire le offerte per poi distribuirle tra i bisognosi. Quindi, Lorenzo provvedeva alle economie della Chiesa ed era il responsabile delle Finanze.
Venne arrestato, insieme a Sisto II, il 6 agosto del 258, ma non venne ucciso subito come accadde per il Papa. Perché questo? Perché l’Imperatore aveva la necessità di entrare in possesso dei beni della Chiesa e l’unica persona che salvaguardava la cassa della Chiesa era, appunto, Lorenzo. Soltanto quattro giorni dopo venne ucciso.
Sulla sua morte insistono ancora diverse chiavi di lettura. La più conosciuta è quella che lo vuole messo sulla grata (graticola), ma ci sono interpretazioni che lo portano come decapitato. Comunque la simbologia che si è tramandata è chiara.
Secondo i testi liturgici del “Messale Romano” si legge: “Lorenzo, famoso diacono della chiesa di Roma, confermò col martirio sotto Valeriano (258) il suo servizio di carità, quattro giorni dopo la decapitazione di papa Sisto II. Secondo una tradizione già divulgata nel IV secolo, sostenne intrepido un atroce martirio sulla graticola, dopo aver distribuito i beni della comunità ai poveri da lui qualificati come veri tesori della Chiesa”. Una cristianità che sarà ripresa da San Francesco d’Assisi, ma in San Lorenzo ci sono i connotati etnici che prendono il sopravvento.
Il fatto principale sta nel legame di fiducia tra il Papa e Lorenzo. Amministrare i beni della Chiesa significava piena affidabilità e la leggenda vuole che proprio in quei giorni Lorenzo cercò di distribuire la maggior parte dei beni proprio ai bisognosi e di far trovare la cassa della Chiesa non integra.
Fu ed è un Santo molto onorato se si pensa che nella sola Roma, immediatamente dopo la morte, vennero creati tre punti di culto che sono riferimento, ovvero il luogo della prigionia rappresentato dalla Chiesa di San Lorenzo in Fonte, il luogo del Martirio rappresentato da San Lorenzo in Panisperna e il luogo della sepoltura in San Lorenzo in Verano. Comunque le Chiese dedicategli furono, subito dopo la sua morte, oltre trenta. Fu Costantino, però, ad edificare la Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura eretta sulla tomba di Lorenzo in via Tiburtina, sempre a Roma.
I due simboli ricorrenti di San Lorenzo sono la graticola e la borsa. Il fuoco e il denaro sono gli archetipi di un raccordo preciso, che simboleggia la spiritualità e la distribuzione dei beni. Una cristianità che va oltre ogni teologia. 
Lorenzo Martire, giunto della Spagna fu, sostanzialmente, il Ministro delle Finanze sotto il Pontificato di Sisto II. La sua morte segna la simbologia del fuoco, della fiamma, del bruciare. Una remissione dei peccati e una redenzione per l’eterno. 
Il fuoco è un mitico segnale di una antropologia della rinascenza. Un vero e proprio modello per penetrare i sottili segni di un archetipo che guida le nostre vite. Un desiderio fatto destino in un Santo che conobbe bene la storia della Chiesa. 
Con la storia di San Lorenzo Martire inizia la lettura di una antropologia religiosa – cristiana intorno al Mediterraneo.
di Micol e Pierfranco Bruni