“Volare più in alto del sole” sapeva di ebbrezza folle, di mito. Ulisse a Sanremo

ROMA – Il palloncino volava, m’era sfuggito dalle mani e mio padre alzava le braccia verso il cielo e io mi tiravo su ed era difficile perché ero legata al passeggino e le sue mani, sempre grandi, ora erano piccole e lui, così alto, non era più alto del cielo e il pallone continuava a volare e lui canticchiava “nel blu dipinto di blu, che bello stare lassù”… non avevo voluto che me lo legassero intorno al polso, ero sicura di farcela e ora tutto il mio bene andava via e la terra è terra, il cielo è cielo, un genitore non li congiunge – eppure, fino a quel momento, avevo creduto così. Leggi tutto ““Volare più in alto del sole” sapeva di ebbrezza folle, di mito. Ulisse a Sanremo”

Ma che vita è se non ridi? Che i brandelli di memoria diventino mongolfiera!

ROMA – Sei mia sorella? – Sì. – Hai bevuto? – Tanto. – Alla fontana? – Sì. – Sei mio fratello? – Sono tuo figlio. – No, sei mio fratello. – Mamma, te lo ricordi Pino ‘o stuorto? – Sorella, ti ricordi la fabbrica dei mattoni? quanto lavoro. – E de chillo che se voleva jetta’ ‘n coppa a bascio, te lo ricordi, ma’? Leggi tutto “Ma che vita è se non ridi? Che i brandelli di memoria diventino mongolfiera!”

Tonino Delli Colli fa la parte dell’Inquisitore per difendere il ‘suo Accattone’, di Pasolini. Non ci posso credere

Tonino-Delli-Colli-Inquisitore-Accattone
Pia Di Marco
ROMAIl ‘caso Accattone’ 2. Un incontro ravvicinato del terzo tipo con Pier Paolo Pasolini: è quanto è avvenuto nel numero 42 – settembre 2016 di “Diari di Cineclub”, pp. 67-68, “Restauri – Il caso Accattone”Pasolini, in una surreale (ma non meno reale) telefonata a una scrittrice appassionata di cinema, racconta la vicenda del film ‘Accattone’: “Una fotografia… ‘bella’,  l’aveva fatta Delli Colli.

Però era il trionfo dei grigi, niente contrasto, luci soffuse, roba da commediola, da salotto buono, compreso il famoso spottino sulle facce, che diventano lisce e rifinite come le porcellane del servizio della domenica. Poteva piacermi? No e poi no. 

– E allora? – chiedeva la scrittrice, disorientata. 

– E allora panico, rischiavo di dovermelo tenere così, il mio film, ma non era ACCATTONE… cioè non era più mio. A una proiezione di lavoro dove lascio appena trapelare le mie perplessità, ecco il direttore del ‘Luce’, Enzo Verzini, che ascolta, mi guarda e non dice una parola. Poi fa tutto da solo, prende il negativo, lo stampa… bene, diciamo, anzi benissimo, come piace ai borghesi con tutti i grigini di Delli Colli rispettati, ma poi (il dritto, o genio che sia) da questo positivo ricava un altro negativo, ma stavolta, contro tutte le usanze e i know-how correnti, contrastato fino alla follia”. La prima al  Barberini, nel Sessantuno, era una bomba, il film era quasi solarizzato, contrastato al massimo, niente volumi e torniture, la luce divorava ogni cosa, l’ombra era nera e dura, tutto sembrava disegnato dal Padreterno in persona. Poi, Delli Colli ha restaurato il film e gli ha restituito tutti i grigi d’ordinanza. La mia è stata una rivoluzione dimenticata, ignorata dal Potere. 

Leggo l’intervista su “Diari di Cineclub” giovedì primo settembre. Ieri notte, nella mia casella di posta elettronica trovo un messaggio pubblicitario con un documento allegato, lo apro, è il racconto di un fatto accaduto a Delli Colli. Però ha qualcosa di familiare… ma sì, è “La leggenda del Grande Inquisitore”, “I fratelli Karamazov”, Dostoevskij! Tonino Delli Colli  fa la parte dell’Inquisitore per difendere il ‘suo Accattone’. Non ci posso credere, questo è uno scoop per “Il Segno delle Donne”, mi dico, e inoltro l’allegato al Direttore…  
Spagna, Siviglia. Una di quelle notti soffocanti, umide, che non respiri, gente per strada, odore di cibo e sigarette. C’è una strana eccitazione intorno al set, il regista s’è ritirato chissà dove, Tonino Delli Colli, il fotografo, parla fitto con un operatore. Poi, anche Delli Colli sparisce, quelli della troupe si mescolano alla folla che preme da tutte le parti. 
Lui è là, in quella ressa di gente sovreccitata, jeans e maglietta come tanti, lo riconoscono subito, lo salutano,  Lo spingono, Lo portano a spalla davanti al sagrato della cattedrale, là c’è un ragazzo a terra, il motorino fracassato a poca distanza. “Mo sto bene”, sospira il ragazzo,  e muore. “Che succede?” dice uno, “Se sei tu, resuscitalo” grida una donna. Lui guarda tutti col suo sguardo buono, dolce, penetrante. In quel momento, s’avvicina una macchina, Delli Colli tira fuori la testa dal finestrino, aggrotta le sopracciglia, fa un cenno ai due uomini che lo accompagnano, questi s’aprono un varco tra la gente che li guarda come impietrita, s’avvicinano a Lui, Lo afferrano per le braccia, Lo spingono dentro l’auto che parte a tutta velocità.
Sono passate ore? Minuti? È ancora notte, l’alba non si vede. Lui, in ogni caso, non potrebbe vederla, è chiuso dentro una cantina tra bottiglie polverose. Non c’è neppure la corrente elettrica, buio pesto. 
A un certo punto, un rumore di passi, è Delli Colli, ha una candela in mano (con quella luce fioca sembra più vecchio, ha perso l’aria affabile, da signore perbene), posa il candeliere, accosta una cassetta di vini,  si siede di fronte a Lui.
“Così sei tornato? Non me l’aspettavo. O meglio, da te mi sono sempre aspettato di tutto. Però, che venissi a disturbare in piena notte il set …  t’aveva attirato la folla? I curiosi non mancano mai quando si gira, ah… ma dico a te queste cose. Tu ti mimetizzavi, volevi fare l’operaio come dite voi marxisti. “Niente gruppi quando giravo ‘Accattone’ in via Fanfulla da Lodi, nessuna organizzazione come si deve”. Ma come fai a dirle certe cazzate? Ci sono voluti fior di uomini e di quattrini per muovere i ‘bruti’ grandi come totem, sennò come li facevamo i ritratti eterni dei tuoi ragazzi di vita? Con la luce del sole? Come ti piace aggiustarti le cose. Insomma, sei tornato. E’ bastato che un pappone della malora si sfracellasse, uno famoso in questo quartiere (lo so, non chiedermi come lo so, sono mesi che giriamo qui a Siviglia) e tutti a credere al miracolo di ‘Accattone’  morto per farti tornare. E sei tornato, non c’è che dire… almeno ti fossi vestito come facevi di giorno, foulard e giacca. Ma siamo di notte, che sciocco sono. Di notte ti trasformi, diventi uno di borgata. E questi gridano al miracolo perché a quel pappone volevano bene e ti chiedono di resuscitarlo. Come se tu fossi Cristo. Ma poi perché il pappone dovrebbe resuscitare? Solo tu… solo tu… ah.. lasciamo perdere. Sei venuto per quella cosa che ho fatto? Sapevi che m’avresti trovato qua, sei venuto per me, non per loro. Hai visto che faccia ha ora il tuo ‘Accattone’, eh? Una scultura. Cristo! così lo dovevo fotografare, così l’ho fotografato. Non far finta di non capire, sto parlando del tuo film. E t’ho sentito, sai, che m’hai dato del borghese e del vendicativo parlando al telefono con quella tizia di “Diari di Cineclub”. E parli ancora di quel Verzini corrosivo: bestemmiatori, tu e lui. “Fare piazza pulita di mezzi toni e leziosità, solarizzare, contrastare al massimo”… io non so di che parli. E ti sei permesso di prenderti gioco di me. “Lo spottino da commediola”. Ma quelle facce sono stato io a costruirle con tutte le sfumature di grigio e tu e il tuo Verzini le avete ridotte a macchie.  La rivoluzione, eh? E come la facevate la vostra rivoluzione senza di me? Con chi ve la pigliavate? Avete bruciato i miei grigi, almeno avete avuto qualcosa da fare. E dimmi un po’, se la mia fotografia è da salotto borghese, allora perché non hai continuato con Verzini a bruciare tutto? Perché nel ‘Vangelo secondo Matteo’ ti sei tenuto la mia fotografia? Non rispondi? E dimmi, un film come ‘Un posto al sole’, con quei salotti che sanno di perbenismo americano, come l’avresti fotografato? Il cinema è fatto di regole sacrosante, tu le rompi… e poi? E guarda che io ho anche fatto l’impossibile per te, quando mi portavi sui dossi a fotografare tutto di sguincio, te lo ricordi? Era il ‘Vangelo’, Cristo lo volevi in corsa, lo volevi uomo, mentre Accattone lo volevi di fronte, lo volevi Cristo. Ah! ma io mi perdo se mi metto a pensare come te. Non dici niente? Mi guardi, che stupido sei. Marxista e stupido, che poi è la stessa cosa. Sbandieravi il marxismo cascando dentro alle parole, cercavi d’intimidirci tutti con la storia dell’arte, i trecentisti i manieristi e tutti gli ‘isti’ che ti passavano per la testa e quando non ne avevi più tiravi fuori quel tuo Roberto Longhi e le lezioni d’arte a Bologna, ma basta! E poi, caro il mio marxista, tu t’aspetti che il pubblico capisca il tuo messaggio eletto (il pubblico che t’interessa, che vuoi accogliere fra gli eletti, quello che applaude il tuo ‘Accattone’ alla Verzini, bianchi/neri). E  tutti gli altri? Quelli che  godono delle commediole? Che vogliono la strafiga con l’ombretta sul labbro superiore per via dello spot in macchina? Che ne fai di loro? Tu non sei  marxista, non sei comunista, non sei nemmeno un vero cristiano. Tu pretendi troppo da qui poveracci, vuoi farli liberi… di sciuparsi il cervello mentre non invocano altro che la pappa fatta, l’immagine facile. Ma sai che ti dico? Che il vero marxista sono io, il borghese che aveva fotografato ‘Accattone’ con le ombre morbide e il resto. Quello è il vero cinema che tutti – TUTTI, hai capito? – possono vedere in pace. Ma parla! Sì, mi sono vendicato. Anzi, no,  ho riportato l’ordine, ho lavato la bestemmia e riconsacrato il ‘mio Accattone’. Quando m’hanno dato l’incarico di restaurarlo ho tirato fuori la mia pellicola con tutti i grigi e i volumi e la tridimensionalità – e vienimi a dire che non è stata un’opera democratica, altamente democratica. Ora ‘Accattone’ la gente lo capisce, non dubitare, lo hai visto tu stesso, quegli scemi, stanotte,  hanno subito pensato al tuo eroe davanti al papponcello  sfracellato con la moto. E il merito di questo miracolo cinematografico non è tuo, ma mio – mio due volte, per quel che ho fatto allora, al Pigneto, nella tua sacra via Fanfulla da Lodi, e per quel che ho fatto dopo, eliminando lo scempio di Verzini. No, non muoverti, sennò chissà che altro… io ti farò bruciare come un eretico, dirò a quella gente là fuori che non li ami, non li hai mai amati, che ti volevi persino burlare di loro con le tue cose concettose. Ma che fai? Mi baci? Dopo tutto quello che t’ho detto? Ahhhhh, demonio! va via, vattene e non tornare mai più, il cinema non ha bisogno delle tue licenze poetiche, non sa che farsene”. 

Delli Colli si alza di scatto, apre la porta della cantina, solleva la candela finché Lui non sale la rampa di scale e apre la porta. Un gran chiasso invade per un attimo lo spazio buio dell’androne, poi un tonfo e lo scatto della serratura.
di Pia Di Marco

Pasolini e la sua sensibilità per i cattivi disperati. Un riferimento al giubileo della misericordia

Pasolini e la sua sensibilità per i cattivi disperati. Un riferimento al giubileo della misericordia
Pia Di Marco
ROMA – “Ciao!”  Il timbro è roco, l’accento, è esotico, tipico degli africani, sillabe lunghe  e ritmate. Inconfondibili suoni vibranti dove si è depositata la leggerezza della lingua dei colonizzatori. Mi fermo sulla scalea del parco, è buio pesto, è tardi per darsela a gambe e tornare sul viale, il lastrico tra una rampa e l’altra è tutto rovinato, c’è rischio d’inciampare, sono quasi le dieci di sera, che maledetta ostinazione, passare di qui per forza, sicuro  che tra le stelle e le palme  e la scalea e le fontane non ci sia che la notte. Guardo fisso in direzione della voce.
“Vuoi che ti accompagno?”

“No, grazie”.

“Hai paura?” – resto immobile – Non avere paura – la voce pastosa, dalle vocali chiuse e dense, si fa più roca, s’incrina, è un rantolo doloroso, come di creatura ferita a morte – vai, vai, vai… – e sento l’odio del mostro, la consapevolezza di sé come di un rifiuto venefico a se stesso. C’è una parola che redima la paura? Che sciolga la disperazione dal bisogno di far male? Il mostro s’ allontana, sale l’ultima rampa della scalea, sparisce lungo il viale che porta in una zona del parco deserta, ma molto animata, di giorno, per via del laghetto dei cigni e di esemplari di germano reale che ogni tanto si perdono nei prati. Sotto il lampione splende un cappello di lana e un impermeabile, poi più niente.  Nel giubileo della misericordia proclamato da un insolito papa gesuita non è possibile avere misericordia. Riconsegnare il mostro alla notte con un “no grazie” o sacrificarsi sulla croce del suo danno? Credergli e farsi massacrare?  Un poeta delle borgate romane, un grande poeta, avrebbe preferito essere vittima e lasciare al mostro la crudeltà del vivere. Lo aveva fatto, del resto, all’idroscalo di Ostia. Ma io non sono un poeta, sono uno “per bene” che evoca il sussiego degli anni infantili, quando diceva “no grazie” ai grandi, specie se gli facevano paura. Ma essere poeti e farsi crocifiggere neppure basterebbe. Niente basterebbe a consolare quel rantolo, quel “vai vai” doloroso che gronda disprezzo di sé e rabbia di vivere in un paese che non lo vuole e che lui non vuole. Fuori da tutto. Per sempre.

Se chiedi a un musulmano che cosa gli suggeriscono la Venere in scatola e la performance art di soli custodi maschi

Se chiedi a un musulmano che cosa gli suggeriscono la Venere in scatola e la performance art di soli custodi maschi
Pia Di Marco
ROMA – Una Venere capitolina dentro una scatola è una nuova scultura in chiave dadaista: arte che dissacra l’arte. E scegliere fra i custodi di un museo solo uomini significa mettere in scena una “performance art” davanti a un pubblico non preparato, a quanto pare, viste le critiche feroci di questi giorni. Eppure,  la Venere in scatola esprime la nostra idea del mondo musulmano. Se chiedo a un italiano (ma anche a un tizio dell’Europa dell’Euro) come vede i musulmani, quello mi mostra una Venere in scatola e io capisco tutto. Cioè, capisco che quel tizio, appunto, crede che i musulmani siano iconoclasti e sessuofobici, incapaci di chiudere un occhio davanti a un nudo, sia pure di pietra. E che dire del “custode performer”? Agisce con la sua persona, ovvero rappresenta  l’idea che noi ci siamo fatta dell’Altro per eccellenza, il musulmano, appunto.
Non si conosce  il nome di colui che ha firmato le creazioni ideate in occasione della visita del presidente iraniano Rouhani al Museo Capitolino.
All’incomprensione dell’Occidente (attraverso i media) si aggiunge quella del popolo iraniano, offeso, pare, per essere stato considerato arretrato e privo di senso estetico. E, tuttavia, se chiedo a un musulmano che cosa gli suggeriscono la Venere in scatola e la “performance art” di soli custodi maschi in un museo, quello mi risponde, probabilmente, scuotendo il capo e ammettendo che il fanatismo religioso ha contribuito a dare all’Occidente questa immagine dei musulmani. In conclusione, l’artista sconosciuto ha avuto, oltre alla genialità, anche il senso dell’umorismo: come non sorridere  (e meditare) davanti alla rappresentazione arguta, irriverente e giocosa del grande equivoco che separa due mondi?

Le civilissime regioni del Nord Italia affidano i propri fetidi liquami alla schiera dei diavoli usciti dall’inferno del Sud

Le civilissime regioni del Nord Italia affidano i propri fetidi liquami alla schiera dei diavoli usciti dall’inferno del Sud
Pia Di Marco
ROMA – Cristo si è fermato a Eboli e non può proseguire. Domenica pomeriggio, 24 gennaio 2016, Radio3, dalla sede Rai di Napoli trasmettono “Zazà”, il programma culturale dedicato al Sud. Il titolo della puntata è “Paesaggi e disagi” e  si apre con la presentazione del libro  Così ti ho avvelenato, di Daniela Crescenzo e Gaetano Vassallo, Sperling & Kupfer editore. Daniela Crescenzo, giornalista de “Il Mattino”, risponde alle domande dell’intervistatore – l’altro autore, Vassallo, pentito di camorra, non so dove si trovi, la giornalista lo dice, ma è difficile cogliere i passaggi nello shock che provoca ogni sua parola.  Immondizia, rifiuti, discariche, ecco il tema. Negli anni Ottanta Vassallo gestisce la discarica del padre nella campagna tra Caserta e Napoli, mette a disposizione dei comuni circostanti le cave per i rifiuti, diventa ricco insieme ai suoi numerosi fratelli. Poi accade che dalla Toscana arrivi, tramite il boss del clan dei casalesi Francesco Bidognetti, la richiesta di eliminare a basso costo scarti industriali; Licio Gelli, implicato nell’affare, procura altri clienti fra le aziende dell’Italia del Nord.

Mentre si allacciano in nodi strettissimi i legami tra imprenditoria del Nord, camorra e Loggia P2, Vassallo diventa il ministro dei rifiuti di Bidognetti. Le sue cave si riempiono di scarti industriali, residui di concerie, oli di veicoli rottamati, scorie di lavorazioni industriali, ceneri e fanghi che sterminano gli incauti topi,  acidi che corrodono i sottostanti rifiuti e fanno spazio ad altri veleni. Le voragini si moltiplicano, i rifiuti vengono incendiati per far posto ad altri rifiuti: “la spazzatura è nascosta sotto le strade in costruzione e nelle fondamenta dei palazzi, i liquami si usano per irrigare i campi. Boss e imprenditori lavorano indisturbati, perché chi dovrebbe controllare è sul libro paga dei clan, e l’affare diventa sempre più sporco e redditizio, fino alla beffa dell’intervento del governo che, per risolvere l’emergenza rifiuti in Campania, sovvenziona gli stessi camorristi”.

Sostenere questa intervista è impossibile, sarei tentata di spegnere la radio, qui si narra di gironi infernali della corruzione, di mancanza di bellezza, di vita. Qui non c’è rispetto per sé stessi, per la propria terra, ma non è questo che mi colpisce, ora. Mi colpisce che tutti quei proprietari o responsabili delle industrie della Toscana, delle civilissime regioni del Nord Italia affidassero i propri fetidi liquami alla schiera dei diavoli usciti dall’inferno del Sud. Mi colpisce la cattiva coscienza, la nulla coscienza, la spregiudicatezza con cui una parte dell’Italia tratta l’altra Italia. Perché non sfuggiva, certo, agli abitanti dell’Italia più evoluta, operosa, dell’Italia “per bene” dai dialetti  come un frullar d’ali diverse – non sfuggiva, appunto, che risparmiare sullo smaltimento dei rifiuti, affidare a buon prezzo veleni non trattati a “quelli del Sud” significava prosperare sulla disgrazia di un’altra parte dell’Italia. Cristo s’è fermato a Eboli, e su quelle terre i crocefissi si vedono ovunque.

Save the child. Lontani dalle atrocità, vicini alle atrocità. Video di Pia Di Marco dedicato a bambini e non solo

ROMA – Save the child. Lontani dalle atrocità, vicini alle atrocità. Video di Pia Di Marco dedicato a bambini e non solo con disegni realizzato da Pia Di Marco per Cinquew News.